lunedì 4 settembre 2017

ATTI DEL GEMELLAGGIO ARTISTICO 2017 - Poetessa Donatella Zanello

Sala Culturale CarGià - Promozione Artistica 2017
Sezione:
GEMELLAGGIO ARTISTICO SAN TERENZO - FILATTIERA
Persefone, Poesia

Persefone sei tu, Poesia
che riaccendi la luce
e di fiori e di vento
questa terra immensa,
dove l’odio troppo spesso
prevale sull’amore
ed il male sul bene,
in una lotta eterna
che consuma il tempo
e la storia degli uomini.
Tu Persefone divina
figlia di Demetra
Tu divisa tra buio e luce
che dagli Inferi, risali
verso il sole.
Germogliano i campi
al tuo passaggio, Poesia,
sotto i tuoi piedi
spuntano le messi
mentre il tuo viso splendente
riflette i raggi della pallida luna.
Se tu fossi tornata,
tu prigioniera dell’oscurità,
soltanto un grigio deserto
di fuoco e di cenere
sarebbe la terra,
senza musica
e senza la crudele dolcezza
e l’atroce bellezza
dell’amore.

Donatella Zanello


PAESE  MIO  RIDENTE
(a Lerici)

Paese mio ridente
tra colline ricche
di viti e di olivi antichi.
Spicca nella macchia
mediterranea
il pino di Aleppo.
Sentieri di pietre remote
portano al mare
orlato di bionde spiagge,
dove le agavi e le palme
crescono spontanee.
Case dai vivaci colori
si addossano l'una all'altra,
in alto il castello austero
sta a testimoniare
un passato ricco di storia.
Il prezioso silenzio
un tempo regnava ovunque,
sulle porte la chiave
non girava
nemmeno di notte.


Maddalena Galli
                        
                        
Sulle spine di una poesia consolatrice
“Giorni di vento” – Donatella Zanello

Dall’incipit “Persefone” germoglia l’idea che il poeta ha della poesia quale salvatrice, o comunque consolatrice di una umanità avvolta nelle sue ambasce, come costretta da un destino ineluttabile.  
“Se tu Persefone non fossi tornata dagli inferi”, scrive Donatella, “la terra sarebbe un grigio deserto”. Sta quindi nella poesia la nostra àncora di salvezza.   
Chiude poi con i versi: “e senza la crudele dolcezza/e l’atroce bellezza/dell’amore.”  L’amore dunque come fonte di gioia e dolore.  
E’ questo il tema dominante: la perpetua inquietudine dell’esistenza consumata nella consolazione e nella sofferenza. 
Altro elemento di questa inquietudine è il “vento”, metafora del tempo che tutto sradica e trascina. L’autrice così mi parla:                                         “ E' il vento che mi ha portato via mia madre, una madre adorata, venerata, compagna di un quotidiano dolce e pacificato dopo i contrasti dell'adolescenza e della giovinezza. E' il vento che mi ha tolto tutto, mi ha strappata quasi dalla mia radice,  mia madre, il legame più forte e potente con la vita, con il passato e con una infanzia superbamente felice.

La prima breve poesia della silloge denuncia il lato negativo dell’amore. Si scorge che questo sentimento è come una punizione, e che insieme al tempo – altro elemento di questi versi – ci può precipitare nella delusione. Tale concetto venne espresso da Pavese, ( del poeta piemontese la Zanello ha accolto la forma di un poetare nella sua precedente raccolta “Il colore del mare”. Intendo il Pavese di “Lavorare stanca” – quando espresse ne “Il mestiere di vivere”: innamorarsi è un fatto personale che non riguarda l’oggetto amato. Ci si illude che la corrispondenza sia reale.

Voi non lo sapete quanto male ci ha fatto l’amore

Ci si rivolge agli altri come se non sapessero, come se non avessero mai provato quel male. Eppure in cuor suo ognuno l’ha provato. Ma la questione è sempre personale, è lirica nel significato di pura soggettività.
E personale è il secondo brano che scioglie il lamento per la dipartita dell’anziana madre. Si spezza il cielo.. si infrange l’onda: anche se a volte annunciata, la morte è sempre un taglio netto, uno spartiacque improvviso. L’autore ne sente la violenza; è violenta anche la speranza che cessa. Ti lascia tristezza e rimpianto causa quell’amore che hai custodito con tanta cura. E la felicità passata ora ti procura lacrime, lacrime che i ricordi alimentano. Sono come un rasoio i ricordi; taglio sottile ma così profondo. Rappresentano la nostra vita; la memoria è la nostra identità dove “buono” e “cattivo” si alternano e si mescolano. Ed è proprio questo dualismo che Donatella descrive quando si interroga sugli effetti dell’amore. Dice ancora l’autrice:                                                        “ L'amore è fonte di gioia e di dolore in quanto amore sempre e comunque passionale. "tecum sine tecum vivere possum". ("Non posso vivere con te nè senza di te").

“L’amore non è pace”, scrive nel quinto brano. E in effetti se riflettiamo, pur non potendo farne a meno, l’amore è il motore che ci spinge all’azione istintiva, quella delle passioni. E’ il carburante dei nostri desideri che egoisticamente ci portiamo dentro, - l’etimo del termine “amore” indica desiderio, attrazione - e che non possiamo fare a meno di tentare di soddisfare. Così la nostra vita è sempre in movimento: una frenesia, una ridda di bisogni senza tregua. Il contrario della pace ovvero della morte: a-mors, senza morte.
Prerogativa di Donatella Zanello è il suo legame verso il mare, - lo esprime in ogni sua raccolta – ma anche quel suo senso di umiltà che comprende il cosmo, e dunque la terra stessa. “Humus”, suolo, terreno.. è l’appartenenza indissolubile spirituale sì, ma segnatamente panteistica:

“ Lo sanno i cari animali,/ le erbe e le piante nel bosco i fiori, i cipressi/ quando cantano alla luna le loro poesie/ e sussurrano nel vento le loro canzoni. “

Ritroviamo qui certa poesia di Neruda, la poesia del suo “Estravagario”. Per il poeta cileno l’amata è la terra dove tutto ha origine. “ L’ansia di comunicare con il cosmo, di costruire qualcosa che superi la materia distrutta dalla morte, diviene parte determinante di angoscia. “

Nella sesta poesia il tempo è visto come nemico. “ Il tempo non esiste. Il tempo è niente. “ Sembra una lotta contro titani, contro ciò che non si può abbattere, contro il destino. Mantenere fermi i momenti migliori; senza invecchiare. L’eternità in sostanza. Donatella la cerca e la vuole trovare nell’unico elemento su cui sa di poter contare: la poesia. L’individuo è annullato dal tempo, non può sfuggire alla corruzione del corpo. E’ solo la sua opera che resta. Ecco ancora Neruda: “ Nessuno ha potuto fermare l’acqua che fugge,/ non fu trattenuta dall’amore o dal pensiero”.
L’uomo cade nel nulla, lasciando vuoto il vestito, l’orgoglio, ma può costruire con la poesia qualcosa di duraturo oltre la morte.

Brani 10, 11 e 12, l’abbandono nel pensiero come ricerca di libertà quasi assoluta; l’opposizione al presente e al futuro. Poiché il passato è l’unica certezza che abbiamo.                                                                                      “ I pensieri sono libertà. “ L’andare con la mente a un felice momento come il breve viaggio a San Marino è come fermarlo il tempo, i minuti, le ore.
Ma qui il tempo si presenta come tiranno spietato. I freschi ricordi della madre perduta da poco la tormentano come demoni incalzanti. La poesia è quindi l’unica realtà possibile “ madre adorata,/ qui, nel corridoio dell’ospedale,/ ad aspettare il medico affannato, stravolto../ nell’urgenza delle cose, della vita che sfugge/ quando scende nei rigagnoli, nel fango,/ nel fumo di una sigaretta, nel lavandino “
Sono ultime ore che la memoria conserverà nitide. E’ una memoria “volontaria” che diventerà “involontaria”, come nella distinzione intuita da M. Proust nella sua “Alla ricerca del tempo perduto”. Memoria involontaria o spontanea da riprodurre la contemporaneità del passato con il presente; un recupero di sensazioni sepolte. E questa caratteristica la troviamo spesso nelle liriche della Zanello: in “Passiflora”, “Labirinti”, “Il colore del mare”.
Un tema che non sorprende neanche in queste poesie “ Giorni di vento “, dove una tradizione decadente si sviluppa attraverso considerazioni e significati esistenziali. L’autrice sembra percorrere il sentiero di un ultimo romanticismo, dove il poeta abbandona i valori classici dei miti, della patria, delle passioni tempestose, della fede, per indagare nuove verità, per scandagliare i profondi misteri della coscienza. Lo fa con la sua poesia, lo strumento migliore che possiede, quella poesia che al tempo stesso è sofferenza e consolazione. Il decadentismo è malinconia e serenità; è struggimento e gioia, un ossimoro di spine e velluto. Donatella scorge l’abisso e affronta il mistero nella sua estetica raffinata, legata alla classicità nei contenuti nonché contemporanei, e ad una linea montaliana del poetare.
Se vogliamo capire meglio cosa si intende per classicità, diremo che il concetto di “tempo” era espresso dal pensiero greco come senso del divenire, ovvero “ uscire dal niente e ritornare nel niente “; una continua trasformazione definita nichilismo. Nella contemporaneità prende corpo il concetto di “ caducità “: tutto è provvisorio, si vedano “Soldati” di Ungaretti, “La vertigine” di Pascoli, “Satura” di Montale.

“ La poesia è un attimo che vale una vita. Il futuro alle spalle e progetti sempre più piccoli e inutili “. Questo si legge nel brano 17. In questa raccolta Donatella non titola le sue poesie; potremmo farlo – ma non è importante – con il primo verso, tornando un po’ alla maniera stilnovistica del Canzoniere del Petrarca. C’è nel 17 la fine delle speranze, anche se tuttavia non è un punto senza ritorno. Come abbiamo visto il poeta ha la prerogativa del velluto, cioè la consolazione nella sua arte. Poesia è quell’attimo unico, di bellezza. Pur con diversa intensità mistica qui ritroviamo la purezza di Tagore, sul quale si è abbattuta la tragedia per la perdita della moglie e di due figli. La sua condizione di dolore spinge anche lui alla ricerca di una realtà, non più legata al passato, ma a un conforto ultraterreno. La somiglianza sta nel rifiuto del presente. “ Ahimé, non posso rimanere a casa,/ la casa non è più casa per me,/ poi che l’eterno Straniero mi chiama.” Dove per Straniero s’intende qualcos’altro da sé.
Ma dove Donatella lambisce il pensiero di Tagore è nel brano 18:

Io prego il cielo ogni giorno,/ che mi conceda la fede senza il dubbio,/ l’abbandono ad un amore che non si vede,/ ad un Dio che non si manifesta.

E’ una richiesta d’aiuto, un soccorso, una ricerca affannosa della speranza lanciata dall’autrice verso l’infinito, come un messaggio dentro la bottiglia affidata al mare. Scrive Tagore: “ Sporgi la tua mano attraverso la notte,/ ch’io l’afferri, la riempia e la stringa;/ fammi sentire il suo tocco per tutto/il lungo periodo della mia solitudine.
E’ un fardello personale, ma anche storico e universale quello della solitudine. Donatella ne sente il peso in tanta sua poesia. Anche qui, che però somiglia a uno sperdersi, a un dileguarsi nel tutto. Dal brano 31:

“ I ricordi volano da una corolla all’altra/ di petali, di petali che fuggono nella notte../ frammenti si disperdono nell’universo. “

A questo senso, o sentimento di dispersione, come atomi di coscienza che vagano separati nel cielo, si contrappone ciò che invece resta fermo nella sua unità e forma; il volare nel cielo della soffitta non frantuma il suo contenuto: le cose si mantengono così nella loro integrità pur smettendo di apparire. E’ certo il ricordo a tenere in essere ciò che scompare alla luce, con la stessa potenza dell’ idea eterna e immutabile. Tutto questo
è manifesto nel brano 24. “ La soffitta vola verso il cielo “. Ecco, la soffitta è il nostro accumulo di affetti, di cose materiali, di paure, di desideri. I giocattoli, i cento quaderni, il buio, la calza della befana.. non hanno più ragione qui sulla terra; qui sono inutilizzabili, ma la loro sopravvivenza trova spazio nella memoria, nel ricordo. Ed è questa l’immortalità su cui i mortali possono fare affidamento: l’astratto, impalpabile terreno dei ricordi.

“ La canicola di luglio ferma le cose in una calma mortale “. E’ il soggetto del brano 25. Qui la canicola è come un despota, anzi un demiurgo a regolare, a governare pensieri e azioni. E in una calma mortale. Interessante questo aggettivo “mortale” poiché sembra prendere due aspetti. Il primo è quello della quiete prodotta dalla morte, ossia l’assenza, la mancanza, il non-essere: l’ordine in opposizione al disordine della vita. Mentre l’altro aspetto è dovuto all’ultimo verso: Illusione, miraggio, ennesima chimera. E’ un’illusione “mortale”, cioè umana, il concetto di volontà, dove il nostro sedicente libero arbitrio viene schiacciato, annullato da un determinismo oltre mondano. Un miraggio le scelte dell’uomo dovute a una sua intrinseca volontà; la chimera di decidere noi stessi pur sbattendo contro l’ineluttabilità del destino, sul quale si frantuma ogni velleità di autodeterminazione.
“Giorni di vento” di D.Zanello, respira dunque un esistenzialismo classico e contemporaneo. La metafora del vento che spietatamente pulisce, spazza e disperde ogni cosa, rappresenta la tematica già affrontata dall’autrice, - divenire, amore, solitudine – e qui scavata in una dialettica di alto spessore, e scaturita dall’esperienza di anni sul lavoro del linguaggio, del verso, della parola. E’ il suo un patrimonio poetico fondato proprio sul lavoro, sul mestiere di poeta che, anche se ne hai la prerogativa, non è mai improvvisazione, - non si diventa poeti a trent’anni e oltre – mai estemporaneità, ma osservazione della realtà dell’esistenza, della condizione umana: la contemplazione sotto la volta celeste.

Del verso e della parola, dicevo. E ne prendo a caso dal brano 29 a proposito ancora sull’amore:

Anche l’amore è corrida, è ferita, estesa lacerazione

L’uso di sostantivi per definire l’amore rende la fisicità di un sentimento astratto. Ma non sostantivi a caso. La corrida: una lotta cruenta dove in gioco c’è la vita. La ferita, una lacerazione: uno strappo brutale.
Ancora: brano 30: Il tempo è un cielo grigio come il piombo. Il cielo grigio ci mostra la freddezza del tempo indifferente alle diatribe umane; il piombo non dà solo la similitudine del colore: è come se ci schiacciasse con il suo peso. Il piombo quindi ha una doppia valenza.
Questo verso mi porta allo “Spleen” di Baudelaire, quel malessere esistenziale, l’impotenza di fronte al tedio: “Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve/ sull’anima gemente in preda a lunghi affanni “.
Nell’irregolarità dell’esistenza Donatella coglie un altro aspetto del vento. Brano 31: “ E’ un vento leggero che accarezza vele di tristezza. “  E’ il vento struggente della malinconia, che non spazza via con violenza ma trascina lentamente.
Nel brano 34 il vento profuma di malinconia, e l’autunno scompiglia le foglie, le disperde. Qui l’autunno è visto come un “ragazzo forsennato”; è un’immagine simbolica di quella stagione: un ragazzo che corre all’impazzata a rendere l’idea del clima, e dell’autunno in versione concettuale.
Le parole sono pietre, sculture immutabili di concetti universali. Non vi era pianto nella “pioggia sottile”, è il terzo verso del brano 36. Un’altra immagine a mostrare lo spleen. Le strisce di pioggia che Baudelaire disegna sono le sbarre della nostra prigione, che per l’autrice si identifica con il tempo, l’amore, la solitudine.                                                     L’amore non ha radici e vola nel vento.                                               Brano 27: A metà della tua vita,/ ti senti derubato dei tuoi sogni. Nonostante Donatella mi confessi la sua visione positiva, il suo innamoramento alla vita, questa è’ un’affermazione che si apre al pessimismo storico di Leopardi e Pavese: basato sulla vanità del tutto per il primo, e sull’assenza di speranza per il secondo.

L’amore ha il viso angelico../ E’ un cherubino dipinto da Leonardo

La dolcezza che traspare è il volto ingannevole dell’amore, una faccia visibile della medaglia. E alla fine si resta soli, privati di ogni contatto se non dei propri pensieri e stati d’animo; soli a vagare nel vento, dispersi.

Ecco, l’amore/ è solitudine, pensavo, è solitudine/ e vola nel vento.

Un vento che Neruda – sempre nello Stravagario – definisce freddo come l’odio.

“Scenderemo nel gorgo muti “. E’ l’ultimo verso di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. E’, per Pavese, la sentenza di un poeta che preclude ogni speranza all’amore. C’è il silenzio dell’abbandono, assenza di fiducia nel futuro e dunque rassegnazione alla necessità del nostro destino. Un silenzioso lasciarsi andare nel gorgo dell’oblìo.
D. Zanello scrive nel trentottesimo brano:

Salire alla luce è giusto/ fine, così come scendere nel gorgo.

La sua è una accettazione del nostro ultimo fine, sentendosi avvolti nel mistero. Perché in fondo è poi questa la verità, o la realtà dell’esistenza, – ex sistentia, ovvero stare fuori, stare fuori dal nulla – della nostra condizione, di ciò che per Kant non può essere immortale come l’idea.

Brano 39, è l’ultimo. La musica riempie l’anima del poeta, e resta un mistero. Da cosa nasce questo linguaggio universale che trafigge le corde emotive? Non c’è bisogno di spiegare questo arcano: c’è e tanto basta. Sarebbe come tentare di cogliere la conoscenza dell’infinito.
Con sapiente mestiere Donatella raccoglie in questo ultimo brano quanto è nello svolgimento dei suoi “ Giorni di vento “. La poesia quale consolatrice del vuoto lasciato dall’affetto materno.

Intanto, nel vuoto della sera, ascolto/ le voci del mondo

La sera è il preludio della notte, ovvero del sonno, dell’inizio dell’abbandono quando le ombre perdono forma. Ecco, la “sera” perché la scomparsa della madre non è ancora ben definita, non ancora completamente buia come la notte, è quasi trattenuta. L’uso delle parole cercate per il loro preciso significato indicano l’esperienza di questa autrice, che ha inseguito per anni e raggiunto il mestiere di poeta, e anche, per chiudere con Pavese, il mestiere di vivere.

Luigi  Leonardi - Bagnone, 8 agosto 2017

Donatella Zanello è nata a La Spezia, dove vive e lavora. E' autrice di poesia, narrativa, saggistica. La sua ricerca artistica ha inizio nell’infanzia, quando vince il Primo Premio di Poesia Giovani “Città di Varese Ligure”. Studia ed approfondisce i classici ed in modo particolare la filosofia e la letteratura italiana, si diploma nel 1983 al Liceo Classico “T.Parentucelli” di Sarzana, studia Lettere Moderne all’Università di Pisa dove si laurea nel 1992. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e premi in concorsi letterari, in particolare LericiPea, Città di Lerici, Il Prione La Spezia, Città di Salò, Premio San Valentino Terni, Orvieto Duomo,Via Francigena Pontremoli, Premio Casentino, Città di Venezia, Città di La Spezia, Città di San Miniato, Premio Il Golfo, Toscana in Poesia, Premio Autori per l’Europa Empoli, Primo Premio  “Firenze Capitale d’Europa”, Premio Città di Lerici 2014 all’opera poetica, Premio Montale Fuori di Casa 2015 per la Sezione Poeti Liguri, Premio Il Delfino, Pisa 2015, Premio della Critica Frate Ilaro Lunigiana Dantesca 2015 e 2016. Presiede la giuria dello storico premio letterario “Cesare Orsini” di Santo Stefano Magra ed è membro di giuria di numerosi premi letterari in La Spezia. Suoi scritti e recensioni sono pubblicati sui siti internet “Sala Culturale Cargià” di Ezia Di Capua e “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini. Autrice di prefazioni e recensioni per poeti e pittori, è relatrice in numerose manifestazioni culturali (Simposio letterario Parco Shelley San Terenzo di Lerici, “Lerici legge il mare”, “Primavera dei Poeti”, Mougins (F), Premio Montale Fuori di Casa La Spezia, Venerdì culturali dei Marinai A.N.M.I., Lerici, Premio Cesare Orsini, S.Stefano di Magra). E’ autrice delle seguenti raccolte di poesia: “Polvere di primavera”;“La donna di pietra”;“La sognatrice”;“Passiflora”;“Il tempo immutabile”;“Poesie Provenzali”,“Labirinti”;“Il colore del mare”. Da sempre nella sua scrittura evidenzia la predilezione per i grandi temi della pace, del viaggio, della descrizione paesaggistica e storica,  del rapporto Uomo - Natura, della riflessione filosofica sulla condizione umana, della ricerca spirituale come unico vero significato dell’esistenza.

 

E’ concesso l’utilizzo di  testi e immagini ai soli fini di studio citando sia l’Autore che il Blog di Sala Culturale CarGià come fonte insieme al relativo link © Sala Culturale CarGià http://salacargia.blogspot.it – 
Ringrazio sentitamente Ezia Di Capua
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